Sulla servitù volontaria ai Motori di ricerca

Impromptu (mentre ricostruivamo questo sito)

Ovvero:

Ha senso parlare di un’etica del WEB? Cosa può dirci nel merito la psicanalisi?

 

"Google aggiorna di tanto in tanto il suo algoritmo, raffinandolo sempre più; la maggior parte delle attività SEO riguardano lo studio dell’algoritmo di Google e dei suoi periodici aggiornamenti, e le relative azioni per rendere i siti più graditi a tale algoritmo."

"Google proviene da googol. Googol è un numero, e precisamente corrisponde a 10^100 (dieci elevato a cento), cioè 1 seguito da 100 zeri; è un numero che non ha alcun corrispettivo nella nostra realtà fisica, visto che è di gran lunga maggiore del numero delle particelle elementari (elettroni, protoni, neutroni, fotoni, ecc...) che esistono nell'Universo."

"Google, in realtà non è altro che la parola usata nei fumetti di lingua americana, per riferirsi al rumore del risucchio del lavandino."

"Ricordatevi che Internet era ed è rimasto un progetto militare (ARPAnet agenzia governativa americana)."

Anonimi sul WEB

“Il governo degli uomini attraverso il solo astratto gioco delle regole impersonali su cui nessuno, chiunque esso sia, ha presa alcuna”.

L. J. Hume, Bentham and Bureaucracy  

 

Il WEB 2.0 è decisamente all’avanguardia anche in questo: il suo nuovo padrone (e dunque il nostro) non è più un Führer, un Duce, o un Grande Burattinaio in carne e ossa ma è un Algoritmo – l’Algoritmo di Google – che ci mette tutti in riga e che ci ingiunge, invero con gentilezza, di conformare i nostri siti secondo i suoi parametri, così che essi siano di suo gradimento, evitando di incappare nelle sue sanzioni letali, ma anche e soprattutto di ottenere il suo agognato riconoscimento che, dopo gli appositi test e misurazioni varie, si esprime in elogi del tipo: “Fantastico! Il tuo sito è a norma”.

Chi decide di creare un sito web e di metterlo on line potrebbe desiderare di offrire non solo prodotti e servizi aziendali o professionali da vendere, inclusi quelli che si chiamano “prodotti culturali”; potrebbe semplicemente voler dare testimonianza del proprio lavoro personale e di quello di altri, perché non trova più, oggi, nessun altro modo di comunicazione (se non il WEB). In effetti, se non si appartiene a qualcuno o a qualcosa che “conta”, che faccia numero (in termini economici, politici, mediatici, ecc.), per il singolo tutte le strade sono ormai chiuse. Indubbiamente, si potrebbe tacere e farsi i fatti propri, senza sentire il bisogno non dico di cercare degli interlocutori (che non possono più esistere) ma per esempio dei lettori. Dei lettori: non dei visitatori, dei navigatori, degli utenti, “fidelizzati” o meno.

Un’utopia sostiene la nostra ambizione: il rifiuto del discorso sociale dominante detto “discorso del padrone”, in tutte le sue forme: da quella antica che si rivolgeva allo schiavo, passando per il servo, l’operaio, lo studente, l’impiegato, fino al moderno “utente finale” e al consumatore errante nei Centri Commerciali. Nessuna velleità rivoluzionaria da sempre supporto del discorso del padrone : solo il desiderio che una parola che non sia immanente e già prevista dal discorso del padrone, possa passare in un altro soggetto. In quell’attimo, per quell’attimo, il discorso sociale che ci domina viene privato della sua eternità: una parola è sfuggita al suo controllo, una parola che non può essere indicizzata dai Motori di ricerca.

Il problema è che questa parola, questa frase, questo testo, per essere letti devono arrivare sotto gli occhi di qualcuno che ne possa constatare l’esistenza. Ecco perché non bastano tutta una serie di operazioni tecniche più o meno complicate e più o meno costose finalizzate a mettere i propri testi on line: niente garantisce, infatti, che qualcuno ne prenda conoscenza. Perché questa possibilità possa verificarsi, è necessario ingraziarsi la benevolenza dei Motori di ricerca e dei Social network. Questi si inseriscono tra il sito web è il pubblico, assumendo così la funzione decisiva, capitale, imprescindibile, di segnalare a quest’ultimo l’esistenza fisica del primo. Ed è proprio questa funzione a insediare i Motori e i Social nel posto del padrone che può garantire ai siti la possibilità di sopravvivenza o di decesso, la miseria o i profitti, la voce in capitolo o il flatus vocis.

Ma i Motori e i Social network sono a un tempo i prodotti e i produttori di un terzo chiamato Utente. L’Utente, che come ho detto non ha niente a che fare col lettore, è qualcuno che, indirizzatovi dalle keyword e dai meta tag che i Motori prescrivono per l’indicizzazione delle pagine di siti e blog, le “visita” per qualche secondo, o al massimo alcune decine di secondi, e poi se ne va altrove. E non importa se un sito o un blog sia formato da decine o centinaia di pagine e di testi: la visita di alcuni secondi gli è sufficiente. Per cosa? Per fare clic. Dei tre momenti che costituiscono il tempo logico del giudizio l’istante dello sguardo, il tempo per comprendere, il momento di concludere ‒ l’Utente salta a piè pari il secondo, così che per lui il momento di concludere coincide tout court con l’istante dello sguardo. In termini psicanalitici, si chiama acting out. Come ci illustrano i servizi di statistica, l’Utente non legge, non si dà il tempo per comprendere: si limita a guardare, e a “cliccare”, secondo una compulsione inarrestabile che ha il suo avo nello zapping televisivo. Egli è il perfetto corrispettivo dell’Algoritmo.

A questo punto, inizia un lungo e faticoso lavoro per approntare per questo sguardo insaziabile un’esca sufficientemente appetibile, sufficientemente pornografica per riuscire a trattenerlo qualche istante in più, in modo da aumentare il tempo della “visita”, e magari arrivare a fargli creare un segnalibro nel browser o addirittura un link che “punta” al sito. La posta in gioco è incalcolabile: nientemeno che il ranking di Google, che decreta, con un punteggio da uno a dieci, a quale livello il sito si è innalzato o si è abbassato nella stima dell’utenza. E questo non significa solo fette (o briciole) di mercato da spartire, ma l’orgoglio, il vanto, la fierezza di poter mostrare un alto ranking. Il significato della parola non è indifferente; Rank: “allinearsi, mettersi in riga, schierarsi; essere, collocarsi, classificarsi”. Vi appare non a caso l’essere a cui l’Algoritmo dà consistenza “attraverso il solo astratto gioco delle regole impersonali su cui nessuno, chiunque esso sia, ha presa alcuna”.

È per il pasto dello sguardo acefalo dell’Utente che i webmaster cucinano alacremente i loro piatti, nella speranza di indurlo non solo a quel clic che fa mettere mano alla carta di credito o alla committenza, ma alla registrazione al sito o al blog, al commento lasciato, al post... I webmaster (uso questo termine nel senso più generico, non tecnico, di chi sa predisporre qualcosa da “mettere sul web”) sono completamente e volontariamente schiavi del diktat dell’indicizzazione dei Motori, mentre questi ultimi sono al servizio dello Sguardo-che-clicca. La parola d’Ordine è adeguare siti e blog alle inflessibili prescrizioni dei Motori: che queste prescrizioni siano “semplicemente tecniche” vale esattamente quanto il “governo di tecnici” e cioè la nazione e il popolo sacrificati senza scrupoli agli ultimatum “tecnici” dei capitali stranieri. Pena (una pena imputata ai demeriti del webmaster che si traduce in sanzione, se non in punizione) la mancanza di visibilità, ovvero la mancata comparizione del sito nella pagina dei risultati del Motore di ricerca (il suo acronimo è tutto un programma: SERP!), con cui viene decretata la sua morte.

Mi limito, tra i cento parametri tecnici che i Motori prescrivono perché i webmaster si conformino (pena la mancanza di visibilità, cioè la non indicizzazione del sito) a isolarne uno solo. E sorvolo su tutta la coorte del Search Engine Optimization, l’ottimizzazione per i motori di ricerca che da sola credo costituisca una rilevante porzione del web marketing.

I Motori sollecitano filantropicamente a “privilegiare i contenuti” ovvero i testi, il senso , salvo poi, quando questi contenuti vengono effettivamente privilegiati, indicizzarli solo parzialmente quando si supera il numero di alcune centinaia di parole presenti nella pagina. 500 parole (più o meno l’equivalente di un foglio in formato A4) vengono segnalate, nei SEO tools che “testano” le pagine dei siti per mostrarne la conformità alle prescrizioni dei Motori, come eccessive e indicizzabili solo parzialmente (“Attenzione! i Motori non gradiscono un elevato numero di parole nella pagina e penalizzeranno il tuo sito”). Non basta: per non essere ulteriormente penalizzati, le parole devono tenere conto della keyword density (letteralmente “densità di una parola chiave”), cioè il rapporto tra il numero di volte che il termine (o i termini) chiave della pagina appare in una pagina web e il numero totale delle parole presenti nel testo; e del keyword stuffing, che designa al contrario un’eccessiva keyword density. In altri termini, se per la vostra pagina avete scelto la keyword “psicanalisi” (e già si tratta di una keyword “debole” perché troppo vaga e diffusa), dovete far comparire “psicanalisi” nella percentuale di almeno il 2% in rapporto a tutte le altre parole presenti nella pagina; ma se non state attenti e oltrepassate il 7%, sarete sospettati di frode da parte dei Motori, indipendentemente dal senso di ciò che avete scritto. Insomma, con simili vincoli (ribadisco che ne ho isolato uno tra cento), non siete più liberi di scrivere, ma dovete scrivere, con furbizia oltre che perizia, al solo scopo di non farvi penalizzare dai Motori, o piuttosto di ingraziarveli; dovete cioè scrivere indipendentemente dal senso di ciò che scrivete, dal discorso che state sviluppando, ma per i Motori, attenendovi ai criteri da loro stabiliti.

Ecco cosa vuol dire “privilegiare i contenuti” secondo Google. Per non parlare del fatto che, secondo autorevoli opinioni dei SEO, un sito solamente testuale un sito fatto esclusivamente per essere letto è ritenuto improponibile e la sua morte preannunciata è decretata dalla parola “statico”, scritta o pronunciata come un avviso funebre. Un’altra parola d’ordine è “l’interazione con l’utenza”. Che significa l’inserimento di ogni sorta di widget (“simbolo grafico di interfaccia che consente l’interazione fra utente e computer”), in particolare quelli costituiti dai pulsanti di collegamento ai Social network o ai Social media (“la rete delle relazioni sociali che ciascuno di noi tesse ogni giorno, in maniera più o meno casuale, nei vari ambiti della nostra vita, si può materializzare, organizzare in una mappa consultabile, e arricchire di nuovi contatti”). Sul web sono comunissime affermazioni di questo tipo: “Al giorno d’oggi, un sito statico, che non consenta l’interazione tra gli utenti attraverso i Social media e che non abbia predisposto una versione mobile, è completamente improponibile; a parte il fatto che non verrebbe neanche preso in considerazione dai Motori, è roba da trogloditi!” Un’opera di inciviltà in definitiva. Ne ho anche trovato un’altra che mi ha colpito: “Non creare la pagina Chi siamo, e al limite anche Dove siamo perché è lì che gli utenti ti vengono poi a cercare è da kamikaze o da dementi”. E questo a prescindere da esigenze di ordine aziendale o commerciale. Personalmente (so di esagerare), al di fuori del Social marketing o del Social media marketing (ma che cosa non trabocca ormai di “social”?), in un sito o in un blog personale per esempio, provo una ripugnanza invincibile a dover compilare la pagina Chi siamo, Dove siamo. È come se a Chi siamo, Da dove veniamo, Dove andiamo? si trattasse di rispondere con delle informazioni, delle “info” per l’utenza.  

Tiro le somme. Pur impegnandoci a creare un sito web che rispetti il più possibile quelli che chiamerei dei requisiti di cortesia: massima velocità possibile di caricamento delle pagine, “usabilità e accessibilità”, completa assenza di pubblicità, banner, video, orpelli vari (motivo sufficiente per abbandonare anche la non più tanto autorevole Treccani), abbiamo deciso alla fine, come ridestati dall’ipnosi o dal sonnambulismo googoliani, di creare un sito “troglodita”, un sito meramente testuale, statico, quasi del tutto privo di immagini (quattro o cinque, forse, quasi tutte copertine di libri) e completamente privo dei widget o dei pulsanti dei Social media. E non dichiariamo nemmeno Chi siamo e tanto meno Dove siamo. Se nonostante questi requisiti incivili non abbiamo sconfinato nella barbarie è solo perché abbiamo approntato una versione mobile del sito, dato che la diagonale del monitor degli ultimi smartphone permette di leggere perfino i documenti in formato pdf. E abbiamo conservato anche i moduli per la Registrazione al sito, semplicemente perché alcune centinaia di lettori che si prendono il tempo di comprendere, per arrivare al momento di concludere (l’atto di registrarsi, che si formalizza nell’enunciazione del “nome del padre”), ci testimoniano in tal modo che il nostro lavoro è fatto per qualcuno in particolare.

Volevano offrire dei testi, in molti casi ormai introvabili e dimenticati, o mai tradotti nella nostra lingua, per dare alle ultime generazioni, imbrigliate nelle scuole e nel discorso universitario, almeno un piccolo florilegio di che cosa è stata la psicanalisi prima della sua irregimentazione, e ci siamo subito trovati dei nuovi padroni. Vediamo allora se senza l’asservimento al loro padrinato è proprio vero che si è inevitabilmente condannati all’invisibilità e alla disfatta.

Il World Wide Web (WWW), che potremmo tradurre con “ragnatela, o rete (di interconnessioni) che si ramifica per tutto il mondo” mi appare come l’evento più rivoluzionario dell’ultimo quarto di secolo (è stato inventato da un signore inglese nel dicembre 1990) e uno strumento (ripeto: strumento) dalle infinite e straordinarie potenzialità per quanto riguarda l’espressione della creatività (in ogni significato del termine) di ciascun singolo, che non deve più conformarsi obbligatoriamente a un Altro che dice di sì o di no, evitando così di passare per la domanda. È il tratto fondamentale del desiderio secondo Lacan. Lo ha detto anche in un altro modo, con la formula: “si autorizza da sé” (inutile specificare: “lo psicanalista”, perché è del soggetto che si tratta). Pericolosissimo, certo, ma rischio indispensabile da correre se si vuole essere un po’ più liberi. D’altronde, non c’è discorso del padrone che, traboccante di truismi in difesa della nostra “sicurezza” e della nostra “salute”, non faccia di tutto per ergersi a Garante e impedire a ciascuno di autorizzarsi da sé; ormai, qualsiasi cosa si faccia, qualsiasi iniziativa si prenda, è richiesta una “messa a norma”, l’autorizzazione di un Terzo che eroga patenti di ogni tipo.

Diremo allora che il WEB ha nei Motori di ricerca, anzi nel Motore di ricerca, il suo Padrone? No di certo, perché il Motore non è nient’altro che un algoritmo  prodotto da quella che si chiama l’informazione, che presume un preciso modello mentale di civiltà. La circolazione, lo scambio, lo stoccaggio di informazioni, cioè di “dati”, o di bit, non significa affatto parlarsi, che comporta il rivolgersi a un altro. Leggo su Wikipedia: “I dati in un archivio sono informazioni, ma anche la configurazione degli atomi di un gas può venire considerata informazione. Qualunque comunicazione scritta o orale contiene informazione”. Falso! Ciò che in questa proposizione definisce l’informazione è l’attributo “qualunque”, che significa che essa non è destinata a nessuno in particolare ma a tutti in generale, non distinguendosi dal “gas” delle camere a gas. Quando si tratta veramente di comunicazione è a te che mi rivolgo, e a nessun altro. Quella che viene chiamata “ingegneria della comunicazione” può avere un solo significato, che mostra bene la parola francese communiquer: fregare, fottere, chiavare, inculare (niquer proviene dall’argot), il comune (commun) degli uomini, che è appunto la parola. E già nel termine “indicizzare” sappiamo benissimo in che posto i Motori ci mettono il loro indice.

La scelta è allora tra due civiltà: una civiltà della parola e un civiltà dell’informazione o dell’algoritmo; ed è una scelta che dipende da ciascuno singolarmente, a seconda che si informi su come e da chi farsi autorizzare o che si autorizzi a dire a un altro una parola che sia la sua, costi quel che costi. WWW è (forse ancora) un’occasione e un luogo per farlo.

        Moreno Manghi (ottobre 2015)